L’Amleto: stralci di scene

 

Riporto alcuni dialoghi estrapolati dall’Amleto che più mi hanno colpito.

Amleto risponde alla regina sua madre che gli rimprovera di fare della morte del padre un affar suo.

Amleto:

Sembra, signora; anzi è: non conosco sembra.

Non è solo il mio mantello tinto d’inchiostro,

nè le mie abituali vesti d’un nero solenne,

nè i rotti e profondi sospiri, e neppure

il fiume che scorre dagli occhi e la disfatta

espressione del volto, insieme

con tutte le forme, i modi e gli aspetti

della sofferenza; non solo tutto ciò

può veramente rappresentarmi. Coteste, sì,

son cose che sembrano; perchè si possono recitare.

Ma io ho qui dentro qualcosa ch’è al di là

d’ogni mostra: il resto non è

che l’ornamento e il vestito del dolore.

 

Re:

Non è ch’io pensi il contrario, ma so -

dal corso dell’esperienza – che l’amore nasce nel tempo

e il tempo stesso ne modera il fuoco e la scintilla.

Vive nella fiamma stessa dell’amore

una sorta di stoppino che la smorzerà.

Del resto non v’è nulla che perduri in una stessa bontà,

perchè la bontà, diventando pletorica,

muore del suo eccesso; ciò che vorremmo compiere

lo dovremmo mettere in atto nel momento

in cui lo vogliamo; perchè questo “vorremmo”

muta, ha tanti ammorzamenti e rinvii

quanti sono le lingue, mani, incidenti;

e questo “dovremmo” è come un sospiro

speso gratuitamente, che sollevandoci ci nuoce.

 

Amleto:

Essere… o non essere. É il problema.

Se sia meglio per l’anima soffrire

oltraggi di fortuna, sassi e dardi,

o prender l’armi contro questi guai

e opporvisi e distruggerli. Morire,

dormire… nulla più. E dirsi così

con un sonno che noi mettiamo fine

al crepacuore ed alle mille ingiurie

naturali, retaggio della carne!

Questa è la consunzione da invocare

devotamente. Morire, dormire;

dormire, sognar forse… Forse; e qui

è l’incaglio: che sogni sopravvengano

dopo che ci si strappa dal tumulto

della vita mortale, ecco il riguardo

che ci arresta e che induce la sciagura

a durar tanto anch’essa. E chi vorrebbe

sopportare i malanni e le frustate

dei tempi, l’oppressione dei tiranni,

le contumelie dell’orgoglio, e pungoli

d’amor sprezzato e rèmore di leggi,

arroganza dall’alto e derisione

degl’indegni sul merito paziente,

chi lo potrebbe mai se no può darsi

quietanza col filo d’un pugnale?

Chi vorrebbe sudare e bestemmiare

spossato, sotto il peso della vita,

se non fosse l’angoscia del paese

dopo la morte, da cui mai nessuno

è tornato, a confonderci il volere

ed a farci indurire ai mali d’oggi

piuttosto che volare a mali ignoti?

La coscienza, così, fa tutti vili,

così il dolore della decisione

al riflesso del dubbio si corrompe

e le imprese più alte e che più contano

si disviano, perdono anche il nome

dell’azione. Ma zitto! Ora la bella

Ofelia si avvicina. – Possa tu,

Ninfa, nelle preghiere ricordare

i miei peccati.

2 Commenti

  1. Ci diamo alle letture impegnate,eh? Cmq leggere Shakespeare non fa mai male, anzi! Mi piace molto il primo “stralcio di scena” (come l’hai definito te) che hai riportato. Davvero molto bello e molto vero.

  2. In questi ultimi giorni che restano prima del rientro, non c’è niente di più rilassante che leggere un bel libro; e poi tra la commedia e la tragedia ha prevalso come sempre la seconda…va bè dai la prossima volta mi sforzerò di leggere “Sogno di una notte di mezza estate”.


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